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la grande ricchezza dell’umanità sta nella solidarietà adolfo pérez esquivel
la terra ha risorse sufficienti per i bisogni di tutti,  non per l’avidità di tutti mahatma gandhi
La ex Ambasciata Italiana Addio, Madagascar (da Il Farnesino, autunno 2006) Il Farnesino, n. 2, autunno 2006, pag. 2 Addio, Madagascar Madagascar, adieu” (Di Renzo Editore, Roma), il titolo del romanzo che completa la trilogia dedicata a quel Paese dal Ministro Guido Nicosia, ultimo Ambasciatore a rappresentare l’Italia nell’Oceano Indiano. Dopo di lui, e malgrado ogni tentativo di mediazione, il niente, preceduto dal peggio, accompagnato dall’inevitabile coorte di gaffe, approssimazioni e tirare a campare. La          Premiata          Ditta Farnesina    decise,    infatti, di                          chiudere, inopinatamente,   la   nostra "piccola"     Ambasciata,     il primo        giugno        2000, giusto      in      tempo      per evitare           la           Festa Nazionale,   e,   soprattutto, le        inevitabili        quanto imbarazzanti    spiegazioni che,    d'altronde,    nessuno avrebbe     saputo     fornire all'allibito Paese ospite. Il   prestigioso   Dicastero,   fiore   all'occhiello   della   burocrazia   italiana,   noto   all'epoca   come "Fornarina",   in   omaggio   alle   prodezze   della   temibile   e   terribile   consorte   del   Ministro regnante,    al    tempo    del    misfatto,    non    trovò    migliore    soluzione,    per    rimediare    alla castroneria   consumata,   che   nominare   un   "console   onorario",   scelto   accuratamente   tra le   persone   fortemente   sconsigliate   dalla   stessa   Ambasciata,   ob   torto   collo    consultata,   a tale proposito, tanto per salvare la forma. La   "piccola"   Ambasciata,   infatti,   prima   di   chiudere   i   battenti,   aveva   pur   comunicato l'inopportunità    di    ricorrere    ai    servigi    della    Signora    Cinzia    Catalfamo,    più    nota,    in seguito,    come    Nostra    Signora    dei    Turchi,    per    la    sua    conversione    e    conseguente matrimonio   con   un   mussulmano   (Ylias    Akbaraly) ,   protagonista   di   spicco   delle   cronache giudiziarie del Paese. Tecnicamente,   il   Madagascar   divenne   un   accreditamento   secondario   dell'Ambasciatore d'Italia   in   Pretoria,   costretto   ad   aggiungere   un   nuovo   onere   alle   già   complesse   funzioni affidategli   che   lo   costringevano   a   "dividersi"   tra   la   Cancelleria   di   Pretoria,   quella   di Cape   Town,   (in   Sud   Africa,   infatti,   manteniamo   una   doppia   Cancelleria   diplomatica   ed una   doppia   Residenza,   un   Consolato   Generale   e   due   Consolati,   mentre   chiudiamo l'unica     Ambasciata     nell'Oceano     Indiano:     viva     la     razionalizzazione!),     il     Lesoto, Madagascar e l'isola di Mauritius. Pur    non    dubitando    delle    mai    abbastanza    celebrate    virtù    canoniche    degli    illustri esponenti   della   Carriera,   non   siamo   certi,   sia   pure   con   i   Sensi   della   Nostra   più   Alta Considerazione,   che   tra   i   requisiti   necessari   al   prestigioso   cursus   honorum,   vi   sia anche quello dell'ubiquità. Negli    arcani    della    burocrazia    bizantina    della    Farnesina,    un    simile    atteggiamento sottintende,    in    sostanza,    l'assoluta    indifferenza    ai    problemi    reali,    sistematicamente subordinati   a   quelli   "politici",   o   meglio,   dei   politici   che,   grati,   assicureranno   la   loro benevolenza. Di   tale   natura,   infatti,   fu   la   decisione   di   chiudere   la   piccola   Ambasciata,   pervicacemente voluta   da   Lamberto   Dini,   fine   economista   e   integerrimo   censore,   il   quale,   intese,   in   tal modo,   ripianare   la   traballante   economia   italiana   e   rilanciare   la   nostra   politica   estera. Noblesse oblige , direte voi. Balle,    diciamo    noi.    Il    Doctor    Subtilis ,    lo    statista    enigmatico    (nel    senso    che    pochi capirono   la   linea   politica   del   suo   infausto   dominio   farnesino),   intendeva   semplicemente privilegiare   gli   interessi   "sudamericani"   della   consorte,   decisa   a   non   rinunciare   ad   una delle sue "ambasciatine", sparse a pochi chilometri di distanza tra Panama e Quito. Chi     volesse     conoscere     i     particolari     di     quest'ennesima     vicenda     di     malcostume all'italiana, legga " L'Affare Valfré " e " Piccole Ambasciate ", pamphlet graffianti, dedicati   dall'Ambasciatore   Guido   Nicosia   agli   ultimi   giorni   dell'impero,   che   mettono   alla gogna,    con    sottile    ironia,    il    servilismo    ottuso    della    diplomazia    romana,    ansiosa    di obbedire, con l'indifferenza dei sicari, al padroncino di turno. Prescelta     Pretoria     come     sede     di     accreditamento,     si     prese     atto,     in     seguito, naturalmente,    che    i    due    Paesi    non    avevano    alcun    punto    di    contatto,    culturale, linguistico o commerciale. Inezie, agli occhi degli arlecchini servi di tanti padroni. A   nessuno   venne   in   mente   di   avere   in   tal   modo,   tra   l'altro,   abbandonato   laggiù   oltre mille   italiani,   tra   cui   centinaia   di   missionari,   privati   di   assistenza   e   protezione,   in   un contesto, di per se, abbastanza difficile. Da   qui,   dunque,   il   percorso   di   guerra   dei   nostri   connazionali,   costretti   a   fare   la   spola   tra Antananarivo e Pretoria, per qualsiasi necessità di ordine amministrativo. Le   economie   fino   all'osso   (le   spoglie   degli   altri,   s'intende)   del   novello   Quintino   Sella, moralizzatore    con    la    faccia    di    triglia,    hanno    condotto,    peraltro,    ad    una    situazione paradossale, se non addirittura pazzesca. A     fronte     di     un     risparmio     irrisorio     (realizzato,     forse,     sulla     gestione),     la     sede dell'Ambasciata,    Rue    Pasteur    Rabary,    Antananarivo,    Madagascar,    di    proprietà    del Governo   italiano,   suppellettili   comprese,   è   stata   abbandonata   al   degrado   e   all'incuria più    totali,    fulgido    esempio    di    sperpero    e    d'incuria,    comportamenti    che,    un    tempo, avevano perfino un nome nel Codice Penale. Acqua   passata.   Il   danno   all'erario,   la   malversazione,   il   pasticciaccio   brutto,   sono   ormai, sulle   sponde   del   Tevere,   un   peccatuccio   a   mala   pena   veniale,   sdegnosamente   ignorato perfino   dagli   organi   istituzionalmente   preposti   alla   salvaguardia   del   patrimonio   dello Stato,   Demanio   e   Corte   dei   conti   compresi,   dai   quali,   infatti,   non   è   arrivato,   né   mai arriverà, alcun segnale. I   responsabili   dello   scempio   vagano   nei   corridoi   dei   passi   perduti,   in   tutta   impunità.   In fondo,   non   erano   che   sicari,   utilizzati   per   mascherare   la   volontà   di   svendere   l'immobile, ormai      degradato,      per      un      pezzo      di      pane,      all'agguerrita      "consolessa"      che, nell'indifferenza    e    compiacenza    del    Ministero,    sfoggiava    impunemente    il    titolo    di "Ambasciatore",     perfino     negli     ambienti     diplomatici     malgasci,     strappando,     forse, mugugni contegnosi e sorrisetti ambigui ai controllori che non hanno controllato. Il diavolo, tuttavia, come è noto, i coperchi non li sa fare. Il    Governo    malgascio,    infatti,    stanco    dell'arroganza    di    Nostra    Signora    dei    Turchi, dell'indifferenza   conclamata   della   Farnesina,   ha   deciso,   motu   proprio    (or   volge   circa   un anno)   di   ritirarle   l' exequatur ,   scatenando   il   panico   sulle   sponde   del   Tevere   e   in   quel   di Antananarivo,    dove    i    simboli    del    potere,    scudo    e    bandiera    consolari,    sparirono, riapparvero, sparirono nuovamente. Che fare? Le Cancellerie diplomatiche si consultano, scambiano Note, ma Antananarivo è irremovibile. Basta e così sia. La consolessa con lo chador viene abbandonata al suo destino. Occorre   una   figura   nuova,   certo,   ma   chi?   Comincia   il   minuetto   dei   "dossier",   delle raccomandazioni,   delle   segnalazioni,   gli   amici   degli   amici   si   scatenano,   ma   il   console tanto onorario da essere appena presentabile, non si trova. Fine della sceneggiata. Insomma, la vogliamo finire? Fatevi    coraggio    Eccellenze,    Ministri    Plenipotenziari,    Signorie    Vostre,    Consiglieri diplomatici:   il   Padrone   se   n'è   andato,   starà   ballando   il   tango   con   la   sua   degna   metà,   ed è poco probabile che ritorni, anche se il peggio non muore mai. Provateci,   insomma,   a   riaprirla   quest'Ambasciata!   Magari   non   ci   riuscirete,   ma,   almeno, vi   sarete   fatti   sentire.   Un   consolatino,   almeno,   con   quattro   gatti   "funzionali"   ed   uno   dei vostri,   cui   non   dovreste   neanche   pagare   Residenza   e   vettura   di   rappresentanza,   a dirigere la musica. Vi spaventa? Guardate   che   l'immobile   è   nostro,   le   suppellettili   pure,   carta   e   penne,   magari,   ce   le compriamo   da   soli,   facciamo   una   colletta.   Basterebbe   attaccare   il   telefono   e   la   luce. L'aria   condizionata   non   c'è   mai   stata   e   nemmeno   il   riscaldamento.   Dopotutto,   non siamo americani. La   "Piccola   Ambasciata",   negletta   e   disertata   (la   rima   è   involontaria),   ha   lasciato   un vuoto   grande   nell'Oceano   Indiano,   dove,   i   concorrenti   storici   e   pure   gli   ultimi   arrivati, fanno    ormai    la    parte    del    leone,    ringraziandovi    di    aver    lasciato    libero    il    campo    e, soprattutto, abbandonato per sempre l'illusione di essere una potenza internazionale
madainitaly
           o.n.l.u.s.